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20 dicembre 2018
In Universale Economica
Io odio cucinare, il blog di Ilaria Bellantoni, autrice di Lo chef è un Dio
La mia famosa torta di mele. Per tutti. 13 dicembre 2010


Ci ho messo un anno esatto per rifare la mia famosa torta di mele. Non me n’ero ancora accorta, ma era da dodici mesi che privavo la mia famiglia del più delizioso dessert che sia mai uscito dal Dolce Forno della Brughiera. Questo perché, senza neppure volerlo, Vito Frolla continuava a inibirmi a distanza: non mi aveva degnato del suo divin giudizio durante la scandalosa “cena con il critico” (e neanche dopo, si sa); probabilmente non mi ero ancora ripresa dalla delusione. Poi sabato la Berenice mi fa: «Mamma, facciamo la torta di mele!». Visto che se la ricordava perfino lei che di anni ne ha 3 e mezzo appena ho pensato che deve essere proprio indimenticabile e ho cominciato a tagliare le renette a tocchetti. Ringraziandola per amarmi di un amore così totale, ho infornato la torta e ho pregato la Protettrice delle Milf Cuciniere di compiere l’unico miracolo possibile: rendermi la vita un po’ più dolce, per esempio evitando che la torta si bruciasse e mi svergognasse davanti a una treenne. «Ma è buonissima!», ha stabilito definitivamente mia figlia e io mi sono commossa. Perché ha usato per la prima volta in vita sua un superlativo ed è accaduto in… cucina. Il che significa che da qui all’età scolare (vabbè) si illuderà di avere una madre che sa cucinare. E son soddisfazioni.
Poi ieri pomeriggio, incredibilmente, sono riuscita a passare davanti al ristorante di Vito Frolla senza farmi prendere dalla solita ansia che si impossessa di me tutte le volte che sono in zona bunker. Ho girato l’angolo e sono entrata da Ladurée perché erano mesi che volevo sbirciare le piramidi di macarons di Marie Antoinette. Nel momento esatto in cui le sirene di un’ambulanza hanno cominciato a ululare io ho avuto solo un pensiero: vuoi vedere che a Testa di Sugo è venuto un coccolone? E mi sono sentita un po’ in colpa. Anche se VF è l’incarnazione del male sulla terra. Anche se è riuscito a farmi indossare un camice da infermiera che mi ha trasformato per un mese nella Zia della Piccola Fiammiferaia. Anche se finge di non conoscermi. Ma dopotutto non smetterò mai di essergli grata. Perché da quando è uscito Lo chef è un Dio tutti i giorni c’è qualcuno che mi manda messaggi su Facebook e dà un senso a quello che ho patito e poi ho scritto. Gente che mi scrive cose così: «Il tuo libro è davvero spassoso, dovrebbe passarlo la mutua contro la depressione e la demotivazione femminile. Barbara». Oppure: «Appena l’ho letto ho regalato due copie ai colleghi e talvolta lo faccio leggere ai ragazzi del terzo anno dell'istituto alberghiero durante le lezioni pratiche. Perché ci si rispecchia in tante situazioni e solo chi ha lavorato in cucina parecchio tempo può capire. Luca». Gabriella mi ha addirittura proposto di presiedere la giuria di un premio culinario. Quello di Fornelli Indecisi. E ci sto pensando. Per la Berenice. Altrimenti mi scopre.

Intanto, nel giorno di Santa Lucia, vi faccio un regalo.

La ricetta della mia famosa torta di mele
È buona e facile, ma – come direbbe Peg – è più complicato farla che non farla affatto. Quindi non urterete la mia sensibilità se deciderete di non farla. Vi capisco.

4 mele
250 g di farina
130 g di burro
2 uova, ma non marinatele, please
150 g di zucchero
1 bustina di lievito
5 cucchiai di latte
un limone

Assicuratevi di essere sole in casa e buttate giù un bicchiere di Martini bianco senza quelle inutili olive. Alla salute mia e di Peg, thank you. Agguantate il panetto di burro, scartatelo e
ungete con decisione la tortiera. Che dev’essere uguale a quella che ho lasciato in eredità a Testa di Sugo: con la cerniera, please. Sbucciate due mele e tagliatele a tocchetti. Prendete il
burro, che avrete lasciato fuori dal frigo ad ammorbidire per cinque minuti – praticamente il tempo che impiegava il Panzer a spassarsela con Cri-Cri (compreso quello che gli serviva
a parcheggiare la Vespa sotto casa). Lavoratelo (il burro) con lo zucchero in una terrina finché non è abbastanza cremoso per buttarci sopra i tuorli, la farina e un cucchiaino di scorza
di limone grattugiata. Mescolate il tutto energicamente. Aggiungete il lievito che avrete prima sciolto nel latte. Montate gli albumi a neve. A mano, se i vostri bicipiti sono allenati; con la frusta elettrica se la sola idea vi strema. Dopodiché, incorporate un cucchiaio di questa candida spuma al composto di cui sopra. Mescolate ancora. Quindi, aggiungete gli albumi rimasti. Versate il tutto nella tortiera e affondatevi i tocchetti di mela. Come se fosse la cosa più naturale del mondo. Senza temere,
cioè, di fare un pasticcio: perché è proprio quello che dovete fare per rendere la vostra torta un bel paciugo omogeneo.
Per livellare il tutto usate un cucchiaio bagnato nell’acqua. Calda, però. Ora tagliate a fettine le due mele che vi rimangono e disponetele a corona sulla torta finché l’ultimo cerchietto concentrico non si ridurrà a un unica fettina di mela. Sistemate sopra riccioli di burro e completate spargendo con un cucchiaino di zucchero à go go. Accertatevi che il marito/
fidanzato/compagno/amante e/o i figli non siano nel frattempo ricomparsi e pregate i Santi del Dessert in tutte le lingue che conoscete. Cuocete in forno caldo a 180 gradi per circa 45 minuti. Gualtiero Marchesi consiglia di non sbattere le
porte, se c’è una torta nel forno. Quando il profumo delle mele caramellate invaderà la cucina e si propagherà beatamente per tutta la casa, pensatemi. Bon appétit.

Variante alla cannella di Cri-Cri
Gli ingredienti e le dosi sono gli stessi, ma la farina di kamut sostituisce quella comune; lo zucchero di canna quello bianco; la polvere lievitante il lievito.
La mia amica metterebbe la cannella ovunque, ma in effetti nella torta di mele è la morte sua. La sua torta, però, non lievita mai troppo perché al posto della farina usa il kamut, cereale molto amato dagli snob del gusto che ne comprano a
chili nei negozi biologici. Al lievito preferisce la polvere lievitante, che è piuttosto simile alla polvere magica ma costa un pochino di più. Ah, e lo zucchero di canna invece di quello
bianco. Sostiene Cri-Cri che questa torta l’abbia salvata nei momenti bui in cui, se avesse avuto un lampadario, ci si sarebbe volentieri appesa. Ma non ne ha mai posseduto uno.
Così impastava e infornava torte perché ha letto da qualche parte che preparare dolci distende i nervi.
 
I vostri commenti
Il commento di Paola 14 dicembre 2010


ti rinnovo i complimenti ...grande Ilaria... usare il termine pasticcio in una ricetta ..e non mettere neppure un q.b. ....una gloriosa nuova generazione di cuoce ti adora già secondo me...


 
Il commento di chiccuzzo 13 dicembre 2010


visto che stai frantumando tuttti con sta torta.....a natale, se vieni dalla mammetta, me ne potrsti portare una .....giusto da assaggiare... :-)


 
Il commento di SdM 13 dicembre 2010


Se la qualità della torta fosse almeno un decimo di quella del libro, sarebbe già qualcosa di meraviglioso... fortunato chi ha avuto l'onore di assaggiarla


 
Il commento di Carletto 13 dicembre 2010


Se la qualita' della torta e' pari a quella del libro sara' buonissima credo sia la più bella battuta della storia dell'editoria italiana..


 
Il commento di Luca 13 dicembre 2010


se la qualità della torta è pari alla qualità del libro sarà buonissima


 
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